giovedì 3 ottobre 2013

Farsi un'idea #2

Il secondo appuntamento della rubrica dà spazio ad alcune righe di Sono tutte storie di Nick Horby, recensito qualche giorno fa. Vediamo se sono riuscita a cogliere l'humor british dell'autore inglese.
Queste pagine sono ricche di informazioni, letture e aneddoti privati e anche dello stile che ha sempre contraddistinto Nick Hornby. È una lettura piacevole e spensierata, assolutamente non impegnativa.

Non è una forzatura affermare che sono proprio le mobilissime sabbie del consenso della critica e del pubblico l'argomento del voluminoso saggio di Carl Wilson su Céline Dion, Let's Talk about Love: A journey to the End of Taste, uscito nell'eccellente collana 33⅓. Quasi tutti gli altri che ho letto (tranne il racconto di Joe Pernice ispirato a Meat Is Murder degli Smiths) sono inni di lode, ben scritti ma convenzionali, ad album importanti della storia del rock - Harvest, Dusty in Menphis, Paul's Boutique eccetera. Ma questo è diverso. Wilson si pone
la domanda: perché tutti odiano Céline Dion? Salvo che non la odiano proprio tutti, mi pare. È una che ha venduto più album di qualsiasi artista vivente. A pensarci bene, Céline Dion la amano tutti. Quindi, la domanda che si pone Carl Wilson in realtà è: perché io, i miei amici, tutti i critici di musica rock e tutti i potenziali lettori di questo libro e di riviste come il «Believer» odiano Céline Dion? E le risposte che trova sono profonde, provocatorie e ci costringono a chiderci chi diavolo siamo in realtà - soprattutto se, come facciamo in molti da queste parti, consideriamo il consumo culturale un importante indicatore sia del carattere sia, diciamocelo, dell'intelligenza. Guardate che bravi! Leggiamo Jonathan Franzen e ascoltiamo i Pavement ma ci piacciono anche Mozart e Seinfeld! Un applauso! Ed ecco che Wilson, con qualche breve, sconvolgente capitolo, zittisce se stesso e tutti noi. «Sono sempre gli altri a seguire il gregge, mentre il mio gusto riflette la mia singolarità»  osserva Wilson. 


Sono tutte storie, Nick Hornby, pp. 92-93.

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