lunedì 25 novembre 2013

Farsi un'idea #6

Buon lunedì!
Finalmente vi lascio qualche riga de L'amore molesto, recensito qualche settimana fa.
Avrei voluto trascivervi tutto il libro per farvi comprendere tutto il mio entusiasmo e la ammirazione per questa autrice e per la sua narrazione corposa e vitale. Non sapendo che passo scegliere, perché per me tutto il libro merita di essere trascritto, ho dato spazio all'incipit che introduce immediatamente la vicenda.
Attendo vostri commenti. Buona lettura!



Mia madre annegò la notte del 23 mag­gio, giorno del mio com­pleanno, nel tratto di mare di fronte alla loca­lità che chia­mano Spac­ca­vento, a pochi chi­lo­me­tri da Min­turno. Pro­prio in quella zona, alla fine degli anni Cin­quanta, quando mio padre viveva ancora con noi, d’estate affit­ta­vamo una stanza in una casa con­ta­dina e tra­scor­re­vamo il mese di luglio dor­mendo in cin­que den­tro pochi roventi metri qua­drati. Ogni mat­tina noi bam­bine beve­vamo l’uovo fre­sco, taglia­vamo verso il mare tra canne alte per sen­tieri di terra e di sab­bia e anda­vamo a fare il bagno. La notte in cui mia madre morì la pro­prie­ta­ria di quella casa, che si chia­mava Rosa e aveva ormai più di settant’anni, sentì bus­sare alla porta ma non aprì per paura dei ladri e degli assassini.
Mia madre aveva preso il treno per Roma due giorni prima, il 21 mag­gio, ma non era mai arri­vata. Negli ultimi tempi veniva a stare da me almeno una volta al mese per qual­che giorno. Non ero con­tenta di sen­tirla per casa. Si sve­gliava all’alba e, secondo le sue abi­tu­dine, lustrava da cima a fondo la cucina e il sog­giorno. Cer­cavo di riad­dor­men­tarmi ma non ci riu­scivo: irri­gi­dita tra le len­zuola, avevo l’impressione che sfac­cen­dando mi tra­sfor­masse il corpo in quello di una bam­bina con le rughe. Quando arri­vava con il caffè, mi ran­nic­chiavo da un canto per evi­tare che mi sfio­rasse seden­dosi sulla sponda del letto. La sua socie­vo­lezza mi infa­sti­diva: usciva a fare la spesa e fami­lia­riz­zava con nego­zianti con cui in dieci anni avevo scam­biato non più di due parole; andava a pas­sag­gio per la città con certe sue cono­scenze occa­sio­nali; diven­tava amica dei miei amici, ai quali rac­con­tava le sto­rie della sua vita, sem­pre le stesse. Con  lei sapevo essere solo con­te­nuta e insincera.
Se ne tor­nava a Napoli alla mia prima sfu­ma­tura di insof­fe­renza. Rac­co­glieva le sue cose, dava un’ultima ras­set­tata alla casa e pro­met­teva che sarebbe ritor­nata pre­sto. Io mi aggi­ravo per le stanze risi­ste­mando secondo il mio gusto tutto quello che lei aveva dispo­sto secondo il suo. Tor­navo a dare alla saliera lo scom­parto dove la tenevo da anni, resti­tuivo al deter­sivo il posto che mi era sem­pre apparso con­ve­niente, scom­pa­gi­navo il suo ordine den­tro i miei cas­setti, resti­tuivo al caos la stanza dove lavo­ravo. Anche l’odore della sua pre­senza – un pro­fumo che lasciava in casa un senso d’inquietudine – dopo un po’ pas­sava come d’estate l’odore d’una piog­gia di breve durata.

L'amore molesto di Elena Ferrante, pp. 9-10

2 commenti :

  1. Bello, questo estratto. Grazie per averlo condiviso :)

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    1. Grazie. :)
      Anche se avrei voluto riportare tutta l'opera.

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