martedì 11 marzo 2014

Farsi un'idea #20

Avrei voluto trascrivere qualche riga in più, ma evitato per non lasciare troppi indizi, per lasciare a voi la possibilità di sondare la storia e la scrittura di Jhumpa Lahiri. Ho inquadrato un episodio in particolare, che non ha nulla a che fare con i disordini e la storia indiana o con il rapporto simbiotico tra i fratelli Subhash e Udayan: qui c'è solo Gauri e la sua sofferenza, l'inizio della consapevolezza. Inconsciamente, quel ruolo di moglie e di madre comincia a starle stretto.
Potete leggere qui la recensione del libro, La moglie.

Nella mente di Gauri si affacciò un'idea. Il negozio si trovava subito dietro il condominio, a due minuti a piedi. Lo si vedeva dalla finestra della cucina, oltre il contenitore dei rifiuti, della macchinetta delle bibite e le automobili parcheggiate sul retro. 
Scendo solo a prendere la posta. 
Senza fermarsi a riflettere, uscì e chiuse la porta a chiave. Scese le scale, attraversò il parcheggio, s'inoltrò nella giornata calda e piena di verde. 
Corse più che camminare. Aveva le gambe leggere. Nel negozio si sentì come una delinquente, come se l'anziano impiegato alla cassa, sempre gentile con Bela, potesse sospettarla di voler rubare il latte che era venuta a comprare. 
Dov'è la bambina oggi?
Con un'amica. 
L'uomo sorrise e le consegnò la caramella alla menta pescata dalla ciotola accanto alla cassa. Le dica che è da parte mia.
In fretta, ma con cura, Gauri contò il resto. La transazione l'aveva spossata, come subito dopo l'arrivo in America. Si ricordò si dire grazie. Gettò via la caramella prima di arrivare al condominio, nascondendo il latte nella borsa. 
Il giorno successivo sistemò Bela davanti al tavolino di fronte al televisore. Organizzò ogni dettaglio: un bicchiere d'acqua nel caso avesse sete, un piatto con una porzione generosa di uva e biscotti. Una scorta di matite, nell'eventualità che si spezzasse la punta a quella con cui stava disegnando. Mezz'ora di attenti preparativi per potersi assentare cinque minuti. 
I cinque minuti raddoppiarono e diventarono dieci, a volte qualcuno di più. Un quarto d'ora per starsene da sola, per schiarirsi le idee. Per attraversare di corsa il giardino interno al campus e andare a restituire un libro in biblioteca, una banale commissione di cui avrebbe potuto occuparsi in qualsiasi momento, ma che era decisa a sbrigare proprio allora. Un po' di tempo per raggiungere l'ufficio postale e spedire la richiesta di un modulo di iscrizione a uno dei corsi di dottorato che Otto Weiss le aveva suggerito di prendere in esame. Un po' di tempo per ipotizzare che senza Bela e Subhash la sua vita sarebbe potuto essere diversa. 

La moglie di Jhumpa Lihiri, pp. 216-217

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