mercoledì 26 marzo 2014

Farsi un'idea #23

Oggi vi presento due estratti da Storia di Irene di Erri De Luca. Il libro consta di tre racconti, il primo che è appunto Storia di Irene, ha un ritmo più languido e una costruzione più poetica che ricorda il De Luca di molti suoi racconti. Il cielo in una stalla e Una cosa stupida invece seguono uno andamento più narrativo e diretto. Certo, anche qui troverete la magia dello scrittore napoletano ma c'è meno enfasi. Forse li preferisco al primo, che in alcuni punti risulta ridondante perdendo il nocciolo del discorso.  
Ho solo riportato Il cielo in stalla perché stilisticamente sono simili.
Buona lettura!
Le crederò. Mi madre protestava: "Non credi al creatore dell'universo e dai retta a chi ti racconta una storia". 
E commentava il mio silenzio: "Che accidenti è successo alle persone? Erano credenti di una fede, poi sono diventate credulone di oroscopi, indovini, lotterie".
È così, le dicevo, però per credere a una storia devo pure credere alla voce, agli occhi che la pescano svariando nel ricordo, ai piedi che non possono mentire. 
Credo a una persona tutta intera mentre racconta, riferisce, dice. Se stona in qualche punto del corpo, me ne accorgo e smetto. 
A Irene credo. Del creatore posso leggere nelle pagine sacre, nella sua prima lingua, ma non ne so la voce, il corpo che la dice. 
Gli devo prestare dal mio e così non vale.
L'unico indizio a suo favore è lo spargimento della bellezza fino a scialacquarla, troppa e immeritata. 
Potrebbe essere la traccia di una volontà, la sua forma diffusa. Questo pensiero subito si disfa. 
Vedo la bellezza di Irene e non risalgo in cima all'universo per giustificare che lei esiste. 
Esiste perché sì, perché in natura esiste il sì e il no. Succedono, si danno sulla voce, si scacciano, coincidono, si litigano il mondo. 

Storia di Irene pp. 19-20


Al mattino l'anziano apriva un libro e lo lasciava all'aperto. Il vento ne sfogliava le pagine. Lo richiudeva a sera senza aver letto un rigo. Mio padre gli domandò a che gli serviva. Era curioso e non si faceva scrupolo di impicciarsi. La risposta fu che quello era un libro di preghiere, ma lui non sapeva pregare. Allora lo lasciava aperto, ci pensasse il vento a pregare. Lo disse in tono fermo e desolato, nessuna possibilità che lo dicesse a scherzo. Mio padre tacque. In guerra le persone fanno scongiuri strani, si attaccano alla vita con la fede, la collera e la superstizione. In quegli anni di strage della gioventù lui si era imposto per atteggiamento l'insolente strafottenza del pericolo. Era più sicuro infischiarsene. 
Mio padre chiese di poter sfogliare il libro. Scritto in un alfabeto sconosciuto, lettere nere scorrevano sulla carta piacevole a toccarsi, ne veniva un odore di carrube. Scorrevano, si muovevano sotto gli occhi, andavano al contrario del verso di lettura. "Davano un po' di vertigine i caratteri."
Ricordò di averlo appoggiato con una mossa delicata. Amava i libri, ma quello gli sembrò un oggetto smarrito, bisognoso di quella premura. "Chi mi poteva dire che avrei avuto un figlio capace di leggere quel libro? Io neanche di reggerlo." Spostò lo sguardo verso il mare, dove Capri gli sembrò un altare vuoto.

Il cielo in una stalla p. 83-84

Da Storia di Irene di Erri De Luca

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