giovedì 27 marzo 2014

Tempo di imparare di Valeria Parrella

Con i libri di Valeria Parrella, almeno fino a questo momento, non ho avuto un buon rapporto. Ho letto ai tempi dell'università (oddio, quanto tempo!) Mosca più balena e non mi era piaciuto, forse perché ci trovavo una certa distanza di mondi, quello dei racconti e quello della scrittrice. Poi, è stata la volta dello Spazio bianco e il mio giudizio era migliorato, ma non era riuscita a conquistarsi un po' di credibilità. Ho saltato tutto quello che ci stava in mezzo e sono giunta a Tempo di imparare con reticenza e paradossale curiosità. Perché non volevo farmi illusioni.
Splendido nella sua essenza, privo di una trama vera e propria, pochi gli elementi che circoscrivono la vicenda, quadri, situazioni, aneddoti. Così come è essenziale anche nella struttura. Forse è addirittura azzardato parlare di romanzo. Posso dire che è la storia di un percorso a due, che procede parallelo per poi proseguire su un'unica linea.
Seppur tratta di un dramma a me incomprensibile, ha quelle pennellate poetiche che brillano di luce propria intorno a immagini antiche e folgoranti. La Parrella ha costruito una vicenda intensa che non ti lascia respirare, che ti fa pensare e sentire inutile davanti a questo dolore.
La storia è principio di tutte le altre storie: di una mamma e di un bambino. Inizia con i turbamenti, le apprensioni, le fragilità che un genitore deve affrontare già alla nascita di un figlio, ma se le cose si complicano tutto è in gioco. Questa maternità è sofferente come la disabilità del piccolo Arturo. Infatti, questa mamma e questo bambino sono isolati, pronti a battagliare per non elemosinare nulla di più di ciò che gli è dovuto. L'iscrizione alla prima classe elementare è la scintilla che fa esplodere paure e precarietà, equilibri e accettazioni. Ciò che dovrebbe essere diritto e normalità per tutelare la diversità senza far pesare nulla, invece si arma di burocrazia e orecchie che non vogliono ascoltare. La scuola è inglobata in un sistema in cui «il diritto è un'occasione che devi prendere dalla giostra, quando passa sotto l'anello, se sei capace».
C'è un senso di fiducia verso la scuola come luogo di istruzione e di condivisione, ma è labile perché subito mostra i suoi ostacoli. E questa madre sa bene che l'handicap non è solo del figlio, ma anche di uno Stato “assenteista”. «Che sconfitta, figlio, tenere assedio al proprio Paese. Uno stato che ti guarda dall'alto in basso e vede che quel tuo tatuaggio, 104, è una seccatura, un difetto da non tutelare, ma da relegare ai margini della società e dimenticarsene. Per sempre».
Questa sfiducia si concretizza nel terrore che quel figlio non possa conoscere tutti gli aspetti della vita e affidarsi ad una madre e a persone care che non ci potranno essere per tutta la vita. Arturo e sua mamma non sono soli contro il mondo. Ci sono Ariel, il compagno della voce narrante, i nonni, uno stuolo di genitori e figli accomunati dal medesimo problema e c'è soprattutto il Botanico, una figura fantasiosa e bizzarra. È  in grado di custodire nell'ovatta la parola handicap e di farla germogliare, di aiutare questa madre con la sua presenza fuori campo.
Ogni conquista va custodita perché le sconfitte sono dietro l'angolo, altrimenti ogni giorno bisogna ricominciare a ricostruire per non rinchiudersi in una prigione.
La libertà si ritrova solo davanti alla vasta distesa salata. Il mare che bagna la città è un luogo di gioia dove le distanze si annullano, sollievo, fuga dalla realtà e uguaglianza: basta solo il costume e tuffarsi. E poi all'orizzonte si staglia l'Isola, promessa di una lunga vacanza.
È una confessione, uno sfogo a tratti rassegnato a tratti furioso, si mescola nelle righe di un diario. Ecco, quindi, che sembra un dialogo e quasi una preghiera che ha come interlocutore se stessa e il figlio. Non c'è distanza tra i due, ma una connessione di sensi, lingua e battaglie. La lingua in cui l'io e il tu, della madre e di Arturo, si confondono come si confonde la misura di spazio e tempo di Arturo stesso.
Ma c'è, appunto, quel rumore di fondo che turba la quiete domestica, l'handicap: una parola non italiana, che inizia per h, «una maiuscola corsiva che mai alcuno ha saputo fare bene» e che accomuna figli e genitori nel simbolo della tribù, un uomo seduto su una falce di luna. L'alfabeto italiano non basta a esprimere questo senso. Il senso si perde anche nelle istituzioni, nella scuola, nella strada soleggiata. E allora, occorre munirsi di elmetto e di autoconvinzione, equipaggiarsi di zaino e matite e andare a scuola. Inizia per lei la più dolorosa lezione della sua vita, l'accettazione. «È tempo di tornare sui libri di grammatica, aprirli piano, cercare nell'indice la fine, scovare la pagina: marcare l'io e il tu, farli irriducibili l'uno all'altro eppure intercambiabili». È giunto il tempo di imparare
Imparare ad eliminare la riserva mentale “del me non può accadere”.
Imparare ad essere cinici.
Imparare ad accettare nuovi rifiuti.
Imparare a superare prove che sanno di antico e mitologico.
Imparare ad avere fiducia nell'altro.
Imparare a ricalcolare le distanze
Imparare a tenere l'equilibrio appena conquistato.
Imparare a pesare le speranze e le delusioni.
Imparare a pretendere in brutto Paese.
Imparare ad acquisire consapevolezza e riconoscere il problema.
Imparare a dividere le esperienze e solidarizzare.
Imparare a non avere obiettivi precisi.
Imparare a cambiare le prospettive per ricominciare a vivere.
Ma c'è soprattutto la promessa di imparare.

Titolo: Tempo di imparare
Autore: Valeria Parrella
Editore: Einaudi
Pagine: 136
Anno di pubblicazione: 2014
EAN: 9788806214067
Prezzo di copertina: € 17,00

6 commenti :

  1. E' arrivato ieri, e prossimamente me lo leggerò!
    :-)

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  2. Questo libro lo ritrovo in tanti blog, mi incuriosisce.

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  3. Non ho mai letto la Parrella: mi ritrovo i suoi libri sempre davanti ma non mi ci sono mai avvicinata. E questo, da quel che dici, mi spaventa un po'. In realtà tutti i libri incentrati sulla maternità mi mettono in uno stato di ansia, se poi si tratta di una situazione così delicata come l'affrontare un handicap... mi sa che non sono ancora pronta per una lettura del genere. Però me lo segno, per quando avrò superato le mie ansie

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    1. La storia è molto intensa e lei si è (quasi) sempre interessata a maternità complesse. Il libro ha una trama appena abbozzata e sono le sensazioni/immedesimazioni della madre nel figlio il motore. Inoltre, c'è uno studio sulla lingua piuttosto evidente, che in diversi punti ho faticato a comprendere.

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