mercoledì 30 aprile 2014

Città aperta di Teju Cole


Città aperta di Teju Cole è uno dei libri più sorprendenti letti in questa prima parte dell'anno. Vi dico fin da subito che non è un titolo che consiglierei a tutti, non è un'opera di letteratura propriamente detta. La trama è risicata, ma non per questo manca di bellezza. Inoltre, la difficoltà della lettura riguarda le molte divagazioni che l'autore espone durante tutta la vicenda anche se tutto rientra nello spirito del libro. A mio avviso è da leggere con calma, ma è da leggere. 
La prosa di Teju Cole è elegante e scorrevole. Il libro sembra seguire una partitura musicale, simile alle sinfonie ascoltate e apprezzate dal protagonista: l'inizio è lento, poi diventa sostenuto e, infine si raggiunge il sublime.
Il libro sovverte le regole della narrazione tradizionale: si fondono armoniosamente il romanzo e il saggio. Niente di fantascientifico, però. Il doppio taglio crea un bell'equilibrio tra vicende personali, erudizione storica e urbanistica.
La Città aperta non è Bruxelles al tempo della Seconda Guerra mondiale, ma New York con i sui confini flessibili e sospesi, metà di arrivi continui. E Julius, un ricercatore di psichiatria di origine tedesco-nigeriana, la percorre in lungo e in largo. La vista è il senso da aguzzare maggiormente, il viaggio inizia in una New York lontana da siti turistici. Da tenere presente: non è una guida!
Il protagonista vive qui dopo aver terminato la scuola militare a Lagos. La sua passeggiata serale ha inizio dal quartiere universitario di Manhattan, Morningside Heights, e ci dà uno sguardo nuovo sulla città: scruta, ammira, si perde. «Le camminate rispondevano a un bisogno: erano una liberazione dalla severa disciplina mentale del lavoro e quando scoprii il loro effetto terapeutico diventarono la norma, e dimenticai come era stata la vita prima di quei vagabondaggi». Ogni meta diventa motivo di ragionamento e domande, è l'occasione per mettere sul piatto diverse questioni – l'11 settembre, la società multietnica, l'umanità violenta, il rapporto tra Oriente e Occidente – affrontate spesso durante il racconto.
Julius è un uomo solitario, ha appena rotto con Nadège, è dedito al lavoro e coltiva poche amicizie. Dal dottor Saito, un docente giapponese molto anziano, imparerà «l'arte di ascoltare, e anche l'abilità di costruire una storia partendo dalle omissioni». La vita di Julius è piena di non-detti, sprazzi di un passato africano che svela incomprensioni tra ricordi chiari e opachi.
All'improvviso, decide di recarsi a Bruxelles per incontrare, senza sapere se sia ancora in vita, la sua oma, la nonna tedesca. Julius parte per l'Europa per circa tre settimane trascorrendosi le vacanze natalizie. Durante il viaggio in aereo incontra la dottoressa Maillotte, che gli darà un'opinione contrastante della capitale belga e dell'America.
A Bruxelles fa uno degli incontri più interessanti che vale tutto il romanzo, quello con Farouq, un immigrato che lavora nell'internet cafè frequentato da Julius durante il soggiorno europeo. Farouq ha idee molto chiare sulla società contemporanea: è «impossibile, oltre che arrogante, pensare che la realtà presente dei Paesi occidentali sia l’apice della storia umana». E ancora: «[...] melting pot, multiculturalismo, ibridazione — ma io li rifiuto. Credo fortemente nella differenza». Ecco, quindi, che differenza è l'elemento centrale di Città aperta: differenza di punti visti, delle opinioni, delle sensibilità, dei rapporti interpersonali che devono essere salvaguardati per il benessere comune e in nome di una propria identità culturale. La globalizzazione, il pensiero standardizzato e il predominio occidentale non fanno che acuire i dissensi.
New York è la città della convivenza “forzata” tra diverse etnie, metafora di una cultura ibrida alla quale appartiene lo stesso Julius.
I vagabondaggi di Julius non sono un semplice gironzolare per le vie, ma ci proiettano con i suoi occhi a riflettere sui cambiamenti sull'uomo e dell'uomo. New York non è in questo caso lo skyline meraviglioso, ma stratificazione, passaggi netti e sepolti dell'uomo che ha “riqualificato” ogni angolo seguendo le proprie esigenze, di potere innanzitutto, cozzando con l'armonia della collettività e del paesaggio. Julius non addita alcun colpevole, subisce il fascino e la violenza della Grande Mela.
All'inizio, New York si era fatta strada nella sua vita, successivamente è la città che lo spoglia di tutte le sue resistenze e convenzioni, lo rende vulnerabile e lo scandaglia come fosse fondo marino.
Il titolo della seconda parte dell'opera, Ho esplorato me stesso, sottolinea questa nuova visione. Julius interpreta «i Segni esterni come indizi di realtà interiori, nonostante la relazione tra i due non sia affatto chiara» e cerca di comprendere il suo essere cittadino in questo mondo anche alla luce di ciò che è stato prima.
Ma questo viaggio non è terminato, continua... 

Titolo: Città aperta
Autore: Teju Cole
Editore: Einaudi
Pagine: 271
Anno di pubblicazione: 2013
EAN: 9788806212216
Prezzo di copertina: € 17,50
Disponibile in ebook: € 9,99

4 commenti :

  1. Sembra quindi una sorta di viaggio fisico e interiore, ricco di spunti riflessivi... potrebbe interessarmi ;-) Ma è l'unico libro che ha pubblicato? Così sembra, curiosando tra le librerie online...

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    1. Esatto. Ci sono molte digressioni storiche, artistiche e filosofiche.

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  2. Una visione diversa della "city of blinding lights" e, pare, una versione contemporanea del romanzo di formazione... o no? In ogni caso questo è proprio il titolo che va dritto dritto nella mia wl senza tentennamenti... :-)

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    1. Non lo definirei un vero e proprio romanzo di formazione, la contemporaneità sta nella fusione di romanzo e saggio. Certo, il "viaggio" aiuta Julius ha conoscere sé stesso, ma non c'è quel cambiamento tipico del genere.

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