giovedì 24 aprile 2014

Farsi un'idea #28

Cari lettori,
oggi riprendiamo il discorso sulla paternità affrontato nella precedente recensione, Scena padre edito da Einaudi. Non mi dilungo sul contenuto dei singoli racconti perché risulterebbe noioso, lascio la parola agli otto autori coinvolti  – Sandro Bonvissuto, Andrea Canobbio, Ascanio Celestini, Diego De Silva, Marcello Fois, Ernesto Franco, Valerio Magrelli, Antonio Pascale – e i loro incipit.
Buona lettura!


È successo la prima notte che è venuta a casa. 

Sono belle le case in cui stanno per arrivare i bambini. Sembrano ristrutturate per la felicità. Curate, attrezzate, allestite come per prepararsi a ricevere un ospite importante con cui non si vuol fare brutta figura. Penso che tutti i genitori del mondo, ma proprio tutti, anche quelli che si mettono mai in cerimonie per nessuno, tirino le case a lucido per il primo giorno dei loro figli. Perché non c'è benvenuto più bello di quello a casa. 
Poi l'ospite di riguardo arriva, e la mattina dopo la casa è già irriconoscibile (infatti è tipico degli ospiti di riguardo scombinare le case tirate a lucido in onore loro), ma alla fine è giusto così. 
Diventare è capire di essere di Diego De Silva.

Un giorno torna a casa dal negozio di cornici dove lavora con il padre e trova Marta in cucina a lavare l'insalata. L'abbraccia lamentandosi della pubblicità che qualcuno ha ficcato dentro la cassetta delle lettere, lo stronzo del piano di sopra, ne è sicuro. E mentre parla e la bacia prima sul collo e poi sull'orecchio, cercando di non sfiorarle subito il seno, intravede il flacone di Amuchina sullo scolatoio. E chissà perché l'etichetta con la croce bianca lo blocca, e un ricordo penoso gli attraversa la mente: le discussioni serali sul divano, a testa bassa nell'infelicità. 

Madrepatria di Andrea Canobbio

I. 
Quattro elefanti appesi alla culla
rosso, blu, giallo e nero
ma quello in fondo - Nulla, 
è d'ombra, non è vero

Ci conosciamo da anni, ma oggi è un giorno speciale. Infatti il mio amico poeta non sa ancora che aspetto un bambino, il mio primo bambino. (Perché non si dice mai che gli uomini "aspettano"? Certo, la sofferenza, la deformazione, la nausea - insomma le torture della gravidanza, gli sono risparmiate, e tuttavia anche loro "aspettano", in una specie di limbo, sospesi, estranei ma partecipi, o quantomeno correi). Allora, dopo i saluti, l'Annunciazione. Lui sorride, di quel quel bel sorriso chiaro e rassicurante che hanno alcuni credenti [...]. Io, trepidante, gli chiedo: Ma com'è? com'è avere un figlio? 

Essere padri in ventuno strofe di Valerio Magrelli.

Mi aiuta mio padre, e non sapete quante volte in vita mia ho assistito a questa scena; rivolti l'uno contro l'altro reggiamo insieme, a braccia, la stessa cosa cosa che si trova tra noi due. In pratica quello che trasportiamo ci separa, ma basta uno sguardo meno superficiale per accorgersi che, vincolandoci a un movimento solidale, finisce per unirci. Uno di noi cammina in avanti, l'altro all'indietro. Ma né io né lui riusciamo davvero a guardare verso dove si cammina, nemmeno quello rivolto nella direzione giusta. E così speriamo solo, entrambi, la stessa cosa, cioè di non cadere. 

Rifiuti ingombranti di Sandro Bonvissuto


I ricordi d'infanzia, che dannazione. Oltre al fatto che spesso sono lirici e quindi noiosi. Se posso, io cerco di ridurli al minimo. Perciò sarò veloce: avevo delle vecchie zie, zitelle e sempre vestite di nero, proprietarie di una drogheria, a Sant'Agata de' Goti. Vendevano biscotti e caramelle - i dolciumi erano ben sistemati, così ricordo (ma trattandosi di perniciosi ricordi lirici), in teche e credenze umide e tarlate. Ogni volta che andavo a trovarle mi regalavano caramelle. Giuravo di non mangiarle tutte insieme ma una al giorno, ma con moderazione cristiana, così duravano un mese e più; e invece dopo un paio d'ore il pacchetto regalo era stato da me bello che divorato. 

Le caramelle di Antonio Pascale


In piscina c'è un grande vetro. Da questa parte del vetro ci stanno due file di sedie di plastica. Dall'altra parte ci stanno i ragazzini in costume che nuotano o imparano a farlo. Quando ero ragazzino io, i grandi potevano vedere i figli che nuotavano solo una volta l'anno: il giorno delle gare. L'insegnante diceva ai grandi di non fare il tifo per non distrarli. Il nuoto era uno sport, lo sport non era un gioco e soprattutto non era il calcio dove quelli che stanno a guardare sono di più di quelli che lo fanno. Era un nuoto a porte chiuse. Le porte si aprivano solo una volta e in quella specie di chiesa che era la piscina bisognava entrarci in silenzio. In particolare quando ci stavano di mezzo i bambini, perché loro non facevano semplicemente il nuoto, ma la scuola di nuoto. 

Un bell'applauso di Ascanio Celestini

Genova, luglio. 

A correre con l'armatura antisommossa si fa una fatica assurda. 
E poi, chi mi sta davanti è una lepre in abiti leggeri, maglietta e bermuda... Padre nostro... Padre, padre nostro... che sei nei cieli... 
E corro, gli sto dietro, non lo perdo. 

Quando corro non posso fare  a meno di ricordare che nella vita volevo fare il pittore. Nel mio ricordo c'è un bambino e c'è sempre una zia che gli chiede cosa vuole fare da grande. La mia famiglia ha prodotto zie che fanno domande stupide e falliti. Ma falliti della razza peggiore, quelli di contenuto, quelli cioè che di essere falliti lo sanno bene. Prendete mio padre, lui ha iniziato con la floricoltura... Erano lui e un socio, primi tempi grami, due anni di fame, commissioni poche. 

Tu, me di Marcello Fois

All'ultimo sapeva ormai da tempo di essere all'ultimo. Ma non ne ha mai parlato. Aveva solo cambiato il modo di guardarci. Era come se lo facesse già con nostalgia. Nostalgia di noi da un luogo che ci spaventava  e che con il nostro mondo coincideva inspiegabilmente, provvisoriamente, ancora. Lui che viveva a termine e noi, fino a quel termine, provvisoriamente immortali. Vissuto da dove così lontani, il nostro tempo interiore si era invorticato. Brani di passato tornavano a invadere il presente, si proiettavano per un istante in un futuro che non volevano scorgere, per precipitare di nuovo indietro. Noi si stava attoniti e atoni dentro quel vortice.  Nella paura  e nel dolore, certo, ma anche nelle cose che bisognava fare, nelle parti che bisognava interpretare, definite e forse per sempre assegnate. 

Diario del padre di Ernesto Franco



Da Scena padre di Bonvissuto, Canobbio, Celestini, De Silva, Fois, Franco, Magrelli, Pascale

2 commenti :

  1. Io non posso più stare senza Littlemissbook! :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Meglio di una dichiarazione d'amore! ;) Grazie, grazie, grazie.

      Elimina

L'editore del mese: Topipittori

Questo mese si parla di storie di Natale