giovedì 3 luglio 2014

Farsi un'idea #39

Vi riporto un brano del libro di Violetta Bellocchio, Il corpo non dimentica: è il tredicesimo giorno di terapia e anche questa volta i ricordi si accavallano senza un nesso apparente, in realtà ruotano intorno alle parole chiave che Meredith, il suo medico, le ha assegnato. Bisogna tentare di «tracciare una cronologia», non tanto di tempo, ma di sensazioni.
La mia intenzione è di farvi leggere la struttura del libro e la scrittura dell'autrice, che è senza dubbio diretta e coinvolgente. 
Buona lettura!

Giorno tredici
Domenica 19 agosto 2012

A luglio il caldo si chiamava "Caronte", poi si è chiamato "Mynosse", e fino a ieri "Caligola": e da oggi quale nome gli daranno quelli che danno i nomi alle temperature. 
Ho smesso di pensare ad Alice. 
Dovrei continuare a pensare a lei, riflettere, si dice, su quando la sua traccia mi sia rimasta impigliata dentro da qualche parte, anche se non era lei la mia vera madre.
Invece penso a quanto poco adatta sia la mia lingua madre quando non c'è da "dire quello che provo davvero", esprimere un desiderio o dire cosa sto pensando: una bocca piena di denti che mi strappano la schiena, una mano che mi tiene ferma; i polsi dietro la mia testa, in alto. 
Nailed. 
Questo si dice nailed. 
È questo che penso quando guardo da un'altra parte.

La parole del giorno è:
Sangue.

Bene, bene. Capisco. 
Meredith mi ha messo in lista la parola "sangue" subito dopo la parola "famiglia", perché il giochetto delle libere associazioni scorresse più fluido: la famiglia che ti scegli rispetto a quella in cui sei nato, oppure, oppure, legami istituzionali versus legami profondi. Zucchero e spezie e tutte le cose carine.
Lei non ha idea. 
Lei non ha la minima idea. 
Lei, della mia rovina, non sa niente.

A vent'anni, a gennaio, mi sveglio alle tre di notte con un fiume di sangue che mi esce dalla vagina.
È strano.
Non è nemmeno tanto sgradevole, e non fa male; è solo un grosso, cosa?, svegliarsi con litri di roba calda che escono, e avere come primo pensiero oddio, mi sto pisciando addosso, e poi capire, il secondo dopo, che stai buttando fuori sangue come se dentro ti avessero tagliato un braccio. 
Sto correndo verso il bagno, chiamo MAMMA, MAMMA.
Mi sto vedendo da dietro, per qualche motivo: vedo la mia schiena, le mie gambe che attraversano il corridoio - lo stesso dove andrò a sbattere contro il muro, tra qualche anno - e la scia di sangue alle mie spalle mentre corro. Il pavimento è diviso a metà come se ci avessero pitturato una riga spartitraffico, fresca e brillante.

Da Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio, pp. 153-154

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