martedì 11 novembre 2014

Farsi un'idea #61

Riprendiamo in mano I giorni dell'abbandono di Elena Ferrante per lasciarvi curiosare tra le sue pagine.
La forza dell'autrice napoletana è sicuramente la scrittura piena e ritmica. E vi assicuro che è una costante di tutti i suoi libri, un colpo che non fallisce mai come in questo caso.
Olga è trincerata nel suo appartamento torinese, nella sua estenuante analisi dell'errore e dell'inganno. Un flusso di coscienza senza respiro, ma fatto solo della necessità di venire a capo della vicenda e della propria persona. Sente di aver trascurato le ambizioni per vestire gli abiti di moglie e di madre pur sapendo che le sarebbe stati stretti.
Buona lettura!
Sì, ero stupida. I canali dei sensi si erano chiusi, non vi scorreva più il flusso della vita chissà da quando. Che errore era stato chiudere il significato della mia esistenza nei riti che Mario mi offriva con prudente trasporto coniugale. Che errore era stato affidare il senso di me alle sue gratificazioni, ai suoi entusiasmi, al percorso sempre più fruttuoso della sua vita.
Che errore, soprattutto, era stato credere di non poter vivere senza di lui, quando da tanto tempo non ero affatto certa che con lui fossi viva. Dov'era la sua pelle sotto le dita, per esempio, dove il calore della bocca. Se mi fossi interrogata a fondo – e avevo sempre evitato di farlo – avrei dovuto ammettere che il mio corpo, negli ultimi anni, era stato davvero ricettivo, davvero accogliente, solo in occasioni oscure, pure eventualità: il piacere di vedere e rivedere una conoscenza occasionale che mia aveva prestato attenzione, aveva lodato la mia intelligenza, il talento, mi aveva sfiorato una mano con ammirazione; un sussulto di gioia improvvisa per un incontro inatteso per strada, un compagno di lavoro di altri tempi; le schermaglie verbali, o i silenzi, con un amico di Mario che mi aveva fatto capire che avrebbe voluto essere soprattutto amico mio; il compiacimento per certe attenzioni di ambiguo segno che mi avevano rivolte in tante occasioni, forse sì forse no, più sì che no se solo avessi voluto, se avessi fatto un numero di telefono con una scusa giusta al momento giusto, accade non accade, il batticuore degli eventi dagli sbocchi imprevedibili. 
Forse di lì sarei dovuta partire, quando Mario mi aveva detto che voleva lasciarmi. Avrei dovuto muovere dal fatto che la figura accattivante di un uomo quasi estraneo, un uomo del caso, un "forse" tutto da sbrogliare ma gratificante, era capace di dar senso, mettiamo, a un odore fugace di benzina, al tronco grigio di un platano di città, e fissare per sempre quel luogo fortuito di incontro un sentimento intenso di letizia, un'attesa; mentre niente, niente di Mario possedeva più lo stesso movimento terremotizio, e ogni gesto aveva solo il potere di essere collocato al posto giusto, nella stessa rete sicura, senza scarti, senza dismisure. 

Da I giorni dell'abbandono di Elena Ferrante, pp. 156-157-158 

2 commenti :

  1. Poche righe e la mia curiosita'e' stata catturata, la mia lista si allunga ogni volta che passo da te, grazie!

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