mercoledì 4 febbraio 2015

Farsi un'idea #72

Da qualche settimana che non condivido brani delle mie letture, complici soprattutto gli impegni e libri minuti minuti che non aveva senso trascriverli.
La rubrica, quindi, riparte dall'ultima recensione, In altre parole di Jhumpa Lahiri alla prima opera in italiano. L'autrice americana sta trascorrendo il suo soggiorno romano, che è anche un viaggio linguistico dentro la persona. Il libro, fresco di stampa, è un'esperienza linguistica e amore verso la nostra cultura.
Il seguente brano fa riferimento al problema della traduzione, sollevato durante il Festival Internazionale e non avendone accennato nella recensione, mi sembra doveroso parlane oggi. 
La Lahiri viene invitata ad un festival letterario di Capri e le viene chiesto di presentare un racconto da tradurre in un secondo momento. Lei scrive in italiano e quando tradurrà in inglese le sembrerà di snaturare i suoi pensieri perché tenderebbe a migliorarlo. Il dualismo tra i due idiomi è ancora più forte.
Buona lettura!
Scrivo il pezzo in italiano, per cui serve una traduttrice in inglese. 
Sarei la traduttrice naturale, ma non ne ho la minima voglia. Non mi interessa, in questo momento, tornare indietro. Anzi mi fa paura. Quando esprimo la mia riluttanza a mio marito, mi dice: «Ti conviene fare la traduzione da sola. Meglio tu che qualcun altro, altrimenti non sarà sotto il tuo controllo». Seguendo questo consiglio, e avendo il senso del dovere, alla fine decido di tradurmi.
Immaginavo che fosse un compito facilissimo. 
Una discesa anziché una scalata. Invece mi stupisce quando lo trovi impegnativo. Quando scrivo in italiano, penso in italiano: per tradurre in inglese, devo risvegliare un'altra parte del cervello. La sensazione non mi piace affatto. Provo un senso di estraneità. Come si imbattessi in un fidanzato di cui ero stufa, qualcuno che avevo lasciato anni fa. Non mi seduce più. 
Da un lato la traduzione non suona. Mi sembra insulsa, scialba, incapace di esprimere i miei nuovi pensieri. Dall'altro sono sopraffatta dalla ricchezza, la forza, la flessibilità del mio inglese. A un tratto mi vengono in mente migliaia di parole, di sfumature. Una grammatica robusta, nessuna incertezza. Non mi serve alcun dizionario. In inglese non devo inerpicarmi. Mi deprime, questa vecchia conoscenza, questa destrezza. Chi è questa scrittrice, così ben attrezzata? Non la riconosco. 
Mi sento infedele. Temo controvoglia, a malincuore, di aver tradito l'italiano. 
Rispetto all'italiano, l'inglese mi sembra prepotente, soggiogante, pieno di sé. Ho l'impressione che, finora in cattività, si sia scatenato e che sia furibondo. Probabilmente, sentendosi trascurato da quasi un anno, ce l'ha con me. Le due lingue si affrontano sulla scrivania, ma il vincitore è già più che ovvio. La traduzione sta divorando il testo originale, lo sta smontando. 


L'adolescente peloso da In altre parole di Jhumpa Lahiri, pp. 89-90-91

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