venerdì 27 marzo 2015

Momenti di trascurabile qualità

Quando domenica sera ho visto a Che tempo che fa Francesco Piccolo leggere qualche brano da Momenti di trascurabile infelicità, ho riso delle situazioni buffe, delle battute “argute”. Poi mi è venuto in mente che l'uscita del libro si trascina dietro la vittoria del Premio Strega del 2014. Sentivamo la mancanza di Piccolo, noi italiani dalla memoria corta. In libreria ho sfogliato il libro. Un elenco di situazioni, alcune di un solo rigo al costo di € 13,00.
Senza aprire un caso sull'autore campano, il problema riguarda tutta l'editoria italiana e non parlo della presenza dei libri sul piccolo schermo o dare risalto a certi autori rispetto che ad altri, anzi hanno uno spazio fin troppo esiguo.
A cosa mi riferisco? Alla bulimia di titoli. Pubblicare. Pubblicare. Pubblicare. Imperativo infinito. È un paradosso per una nazione che non legge granché. Si fa leva sull'autore, sui premi vinti, sulle trasposizioni cinematografiche: il nome è una garanzia. Un elemento che va di pari passo con l'investitura che gli scrittori ottengono dalla televisione e festival letterari, puntando più sulla persona che sul libro. Una riflessione, questa, che non mi è mai balenata prima. Le trasmissioni di Fazio e della Bignardi (oramai non più) sono vetrine di rappresentanza per lo scrittore, lo espongono a chi non ha notato in libreria l'uscita e se è simpatico ancora meglio, privando spazio e reale senso critico alle sue pagine.
Non mi piace l'idolatria, men che meno per calciatori e cantanti, ognuno fa il proprio lavoro, invidio solo la capacità di scrivere. E non cosa da poco.
La nostra è un'editoria che coltiva poco il proprio orto: gli emergenti fanno fatica a farsi conoscere, piuttosto si pubblicano gli stranieri e si cerca di salvare il salvabile, mostrando l'argenteria e mantenendo il labile legame con i (pochi) lettori e le vendite. Tutto si riduce alla sostanza, al denaro.
Mi vengono in mente Alessandro Baricco (nominarlo mi viene l'orticaria), Andrea Camilleri, Erri De Luca, Andrea Vitali, Gianrico Carofiglio, quelli che anche con libretto smilzo riescono a portarsi via un risultato soddisfacente, quelli che escono con almeno tre opere l'anno. E io, onestamente, mi stufo persino a menzionarli.
Quando ho aperto il blog, ho recensito Mancarsi di Diego De Silva: una delusione, per di più targata Einaudi, la quale ha propinato una storia senza capo né coda, salutandola come una gemma della nostra letteratura. Alla luce di queste osservazioni, ritorna con forza la considerazione precedente.
I contratti degli autori italiani sono presse da tipografia: bisogna cavalcare l'onda del successo e del momento, dando poco peso al valore, alla scrittura. La qualità è un aspetto secondario, a quanto pare. Qualcuno l'ha chiamata “fuffa” e non posso che concordare.
Ricordo che qualche anno fa in una trasmissione televisiva (l'ho dimenticato), Niccolò Ammanniti denunciava la scarsa creatività del periodo, di aver riscritto mille volte l'incipit di un libro che non aveva alcuna intenzione di venire allo scoperto e di averlo accantonato. Ammanniti da quanto manca dalla scena letteraria? Da diverso tempo e forse ritornerà a settembre.
Vanno rispettati la creatività, i tempi e il lavoro di tutta la catena editoriale. E soprattutto i lettori.
Io gli scrittori li voglio ricordare per i bei libri.
Cari editori, pubblicate di meno. Almeno salvaguardiamo gli alberi dallo sfacelo letterario.

3 commenti :

  1. Mi trovi d'accordo su tutta la linea. Alla fin fine, è vero, è solo una questione di soldi. L'editore preferisce pubblicare qualcosa che è certo di vendere anche se sa che è un lavoro mediocre.
    Non credo però sia a causa dell'autore affermato, come quelli che hai citato, perché la creatività è diversa per ognuno e segue regole e ritmi differenti. Tanto, che si tratti di tre libri all'anno o un libro ogni tre anni, gli autori che hanno già un best seller alle spalle riusciranno sempre a pubblicare per lo stesso motivo di cui dicevo sopra: la vendita assicurata.
    Ripeto, sono d'accordo, ma penso sempre che in fondo le case editrici sono nient'altro che aziende. Potrebbero essere qualcosa di più, dato che pubblicano informazioni e cultura, ma la verità è che oggi conta più il lato remunerativo dell'editoria (solo i piccoli editori si salvano, ma lì è un altro discorso egualmente lungo da fare).
    Penso che dovrebbero trovare una via di mezzo fra il guadagno e l'editoria di qualità.

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    1. Infatti, la mia invettiva è contro i libri scarsissimi propinati come meraviglie. So bene che un autore non potrà sempre scrivere sempre best-seller: sarebbe un automa.

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  2. Vero! Quello che viene letto non equivale a ciò che viene scritto , e forse è propio questo il problema ,cosa ci offre l'editoria in genere ,tante banalità a costi esagerati.E' difficile trovare un libro che valga la pene di essere riletto.

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